Caccia al neoliberista

A sentire Stefano Fassina e Antonio Ingroia, il governo che uscirà dalle elezioni dei prossimi 24 e 25 febbraio avrà l’obbligo di scardinare un sistema economico corrotto «dalle politiche neoliberiste applicate da Silvio Berlusconi e Mario Monti, con la complicità delle istituzioni europee e finanziarie internazionali».

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Cinque domande a Giulio Tremonti

Nel confuso e confusionario salotto di Servizio Pubblico, il programma condotto da Michele Santoro su La7, il redivivo Giulio Tremonti ha catechizzato la platea, sempre con la consueta modestia, in merito a crisi dell’euro, IMU, governo Monti e quant’altro. Una versione sui generis di populismo, non quello urlato à la Grillo, non quello sensazionale di Berlusconi, pacato nei toni ma come sempre intriso di una serie di sentenze e profezie.

Nel mezzo di una filippica contro le ingerenze europee e l’egemonia di alcuni Stati all’interno dell’UE, l’ex ministro del Tesoro ha fornito anche un confuso accenno alla necessità di farsi riconoscere nella comunità europea ed internazionale e, conseguentemente, di partecipare alle missioni internazionali sostenute da Nazioni Unite e Consiglio d’Europa (sono convinto che l’ex ministro, che ieri orgogliosamente ricordava di essere stato in passato presidente dei ministri del Tesoro del PPE, conosca bene la differenza tra quest’organo ed il Consiglio Europeo e l’abbia ignorata per rimanere fedele ai toni di campagna elettorale). Dulcis in fundo, per evitare che il tema diventasse preda facile dell’ideologica opposizione agli armamenti da parte della sinistra, Tremonti ha ricordato come il giorno prima il Canada avesse abbandonato il programma F-35, troppo costoso e non in linea con le capacità operative richieste. Morale: anche l’Italia può farne a meno.

Tremonti ha la sua parte di ragione ma, nel discorso come sempre intriso di un velo di saccenza, pare dimenticare che gran parte della gestione di quel programma sia stata appannaggio dei governi in cui ha servito come ministro dell’Economia. Non diretto responsabile, in quanto tale, degli stanziamenti per l’acquisizione di armamenti ma indirettamente coinvolto grazie alla quota di maggioranza del 30% che il Tesoro detiene in Finmeccanica, che tramite la controllata Alenia partecipa al programma F-35 come sub-fornitore della Lockheed Martin.

Se ora gli F-35 diventano improvvisamente insostenibili, politicamente ed economicamente, mi pare corretto chiedere conto del suo operato nel corso del decennio appena trascorso:

  • In quanto primo azionista di Finmeccanica, che ruolo ebbe nelle negoziazioni che portarono nel 2002 a firmare (fu proprio l’attuale ministro Di Paola a recarsi a Washington, in quanto responsabile nazionale per gli armamenti) il Memorandum per la fase di sviluppo: impegno da 1028 milioni di dollari da diluire in dieci anni.

  • Perché contemporaneamente ci si ritirò dal programma Airbus A400M, in cui Alenia partecipava come progettista, abbandonando il più importante progetto europeo per aereo da trasporto tattico militare e acquistando il C-130 di Lockheed ?

  • Nei dieci anni della fase di sviluppo ormai quasi al termine, il programma ha subito ritardi e aumenti di costi; paesi come Olanda e, appunto, il Canada hanno tenuto sempre alta l’attenzione e gli stessi Stati Uniti, tramite il GAO, hanno lanciato vari allarmi. Perché i governi di centrodestra, in carica per otto dei dieci anni considerati, non hanno mai posto un serio dibattito sulla questione dei costi ?

  • Il governo Berlusconi tagliò nel 2010 l’acquisto di 25 Eurofighter Typhoon appartenenti alle tranche di produzione 3B, per risparmiare due miliardi di euro. La Russa si mostrò cauto sugli F-35 ma non seguì nessun ripensamento. Perché si tagliò su un aereo di cui l’Italia, e segnatamente proprio Alenia, è progettista e produttore anziché semplice subfornitore? Con la successiva perdita di commesse internazionali, la linea di produzione Eurofighter rischia di fermarsi fra due anni.

  • Se il Canada ha rinunciato agli F-35, dopo anni di dibattito e di allarmi lanciati dall’organo revisore, è chiaro che il programma avrebbe meritato la stessa attenzione di cui è stato fatto oggetto anche Olanda, Danimarca e Norvegia. Anziché profetizzare con molto ritardo l’insostenibilità di tale velivolo, perché non ammettere gli errori compiuti e cercare quantomeno di giustificare il denaro pubblico stanziato in un programma dall’esito più che mai incerto ?

Vecchie fedeltà e azzardi miliardari: quando la Difesa è poco “smart”

Interpellato dal Corriere della Sera (18 luglio) a commentare i tagli al personale del proprio dicastero, il ministro della Difesa Amm. Giampaolo Di Paola citava « chiari pregiudizi ideologici » quali cause della perenne insoddisfazione dell’opinione pubblica riguardo la risistemazione del settore della Difesa. Ad ascoltare le facili demagogie di chi conta il numero di scuole e ospedali finanziabili previa rinuncia a costosi armamenti, si potrebbe concordare con la tesi del ministro. E ci si può spingere più in là, affermando che la Difesa italiana non sia afflitta da sola diffidenza popolare, ma anche da una sostanziale incongruenza tra fini e mezzi. Pubblicato nella prima decade di novembre, il National Security Outlook redatto da Gary J. Schmitt per l’American Enterprise Institute for Public Policy Research fotografa questi aspetti e fa emergere un dato per certi versi paradossale: l’Italia spende troppo poco – e male – per garantirsi uno strumento militare efficiente. Perdipiù, senza un adeguato supporto di visione strategica che tenga in conto le reali prerogative nazionali.

Nel suo “Italian Hard Power: Ambitions and Fiscal Realities”, Schmitt sottolinea come per ben sedici anni, dal 1985 al 2001, il Paese abbia vissuto la transizione dalla Guerra Fredda alle minacce contemporanee senza un documento che ridefinisse la visione strategia nazionale. Quando nel 2002 il Libro Bianco della Difesa recepì i mutamenti post 11 settembre, passando attraverso la prima campagna in Iraq e le crisi in Africa e nei Balcani, lo strumento militare italiano si trovò obbligato a modernizzare mezzi, infrastrutture e competenze del personale. Non più compiti di difesa territoriale ma coinvolgimento in missioni internazionali in teatri lontani, dove a contare sono l’interoperabilità fra uomini e mezzi di Paesi diversi e la flessibilità nel dispiegare le proprie forze. Contesti che le missioni sotto egida ONU e UE pongono come teatri principali per il dispiegamento dei battaglioni multinazionali, in cui l’Italia schierava nel 2006 oltre 10.000 uomini.

L’ambizione di garantirsi un alto livello di considerazione, in primis dell’alleato americano tramite l’appoggio alle missioni in Iraq e Afghanistan, ha tuttavia evidenziato la leggerezza con cui discutibili scelte politiche – di colore diverso – hanno ignorato la scarsa corrispondenza tra le velleità di ottenere un consolidato ruolo internazionale e un bilancio scricchiolante. Ben presto scesa sotto lo standard NATO del 2% del PIL, la spesa per la Difesa è arrivata nel 2012 a toccare lo 0,84% del prodotto nazionale, con l’incredibile paradosso di venir dedicata per il 70% alle spese per il personale (settore peraltro fatto oggetti dei tagli operati dal ministro Di Paola) e solo per il 18,2% alle spese di investimento, ovvero alle attività di ricerca e sviluppo, modernizzazione e acquisizione fondamentali per colmare quei deficit di operabilità che certo non giovano al prestigio internazionale. Basti pensare alla portaerei Garibaldi, ritirata anzitempo dalle operazioni in Libia per contenere i costi.

Spese in calo e tagli di esuberi, normale prassi in tempi di austerità. L’attività dell’ultimo esecutivo pare ancora ineccepibile. Senonché, tra le righe dei bilanci del ministero e nelle parole di ministri e alti ranghi militari si continua a leggere l’irresistibile tendenza a sacrificare la coerenza del proprio agire in nome di antiche fedeltà, “a difesa del proprio interesse economico e strategico della nazione”. E’ il caso della partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter, il più costoso e ambizioso progetto in cui il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti si sia mai imbarcato. Sulla scorta dei tagli draconiani imposti da Clinton nel 1993 sui programmi più costosi della Difesa, il JSF avrebbe dovuto concentrare in un unico velivolo le richieste di Air Force, Marines e Marine di Stati Uniti e Gran Bretagna. Dal 1996 ad oggi, l’Italia ha contribuito per oltre 2 miliardi di dollari garantendosi una partecipazione da partner di secondo livello – un gradino sotto la Gran Bretagna – e la possibilità di ospitare una linea di assemblaggio. Governi e maggioranze che hanno scandito le tappe della partecipazione, senza mai sollevare riflessioni circa la sostenibilità finanziaria.

Ne avrebbero avuto ben donde: il “caccia sostenibile” ha presto tradito il suo appellativo e oggi il costo stellare di 160 milioni per aereo non pare congruo con la lunga lista di requisiti operativi rimasti incompiuti. Quasi l’intera compagine di paesi partner e futuri acquirenti ha espresso rimostranze: Danimarca e Paesi Bassi pensano a sospendere il programma, in Canada l’omologo della nostrana Corte dei Conti ha fatto pesanti considerazioni circa l’affidabilità e la sostenibilità del progetto. E l’Italia ? Complice un dibattito parlamentare piuttosto appiattito, il programma prosegue pressoché indenne, tra qualche sopracciglio aggrottato e alzate di spalle. Ironia vuole che la Marina, l’unico corpo che ha assoluta necessità di acquistare il JSF a decollo verticale per non rendere obsoleta la portaerei Cavour, si ritrovi a contendersi con le forze aeree i 30 esemplari superstiti dei tagli di febbraio, che hanno fatto calare da 131 e 90 gli aerei in prossimo acquisto. Il tempo per retrocedere dal programma non è scaduto: senza veri contratti di acquisto non sono previste penali e la perdita sarebbe contenuta – si fa per dire – ai 2 miliardi di euro già investiti, senza aggravi per le già piangenti casse statali. Un qualunque ripensamento sembra tuttavia improbabile, malgrado esperienze di altri Paesi suggeriscano un futuro meno ineluttabile.

La Germania, su tutti, è coinvolta negli ultimi anni in un immane uno sforzo di razionalizzazione del proprio esercito, con l’obiettivo di farne un corpo flessibile e facilmente dispiegabile in missioni internazionali applicando tagli da 8 miliardi di euro tra 2012 e 2014. Verrà ristrutturata anche la flotta aerea che, pensionati i Tornado, sarà interamente composta da Eurofighter Typhoon. Frutto dell’opera di quattro campioni nazionali dell’aerospazio di Gran Bretagna (Bae), Germania (Eads), Italia (Finmeccanica – Alenia) e Spagna (Thales), l’Eurofighter è il massimo esempio di cooperazione europea in materia di difesa. In termini operativi, economici e politici. Operativi in quanto caccia multiruolo, nato per difesa aerea ma già testato dagli inglesi in Libia per attacchi al suolo. Economici, perché il coinvolgimento progettuale delle aziende europee è in veste di prime contractor anziché di imprese in subappalto. Politici, per la dimostrata capacità di poter unire i “complessi militar-industriali” degli Stati europei in un settore altrimenti dominato dai colossi statunitensi.

L’insostituibilità del JSF ha poi un ultimo grande nemico: la rivisitazione delle priorità strategiche nazionali. La tesi del ritorno tecnologico ed occupazionale scricchiola di fronte alle manifeste restrizioni dell’esportazione di know-how dagli States ed all’incertezza dei tempi di piena produzione traslati dal 2013 al 2019. Se pure per un attimo dimenticassimo che la partecipazione internazionale fu invocata dal Pentagono per accrescere le economie di scala aumentando il numero di commesse, la scelta del JSF equivale pur sempre all’appiattimento sulle priorità strategiche statunitensi, ormai prossime a trascurare il teatro europeo a favore di quello asiatico. Sullo sfondo rimane, infine, la mai chiarita divisione dei compiti in ambito internazionale: si pensi ai bombardieri Harrier della Marina Italiana, impiegati in Afghanistan solo come apripista degli striker alleati.

Nell’assegnare l’insufficienza allo strumento difensivo italiano, Schmitt manca forse di porsi alcune domande centrali. Cosa impedisce all’Italia di promuovere uno strumento militare europeo, autonomo dal supporto statunitense, coerente con gli interessi che l’Europa nutre nel Mediterraneo e nel vicino Oriente ? Perché in era di tecnici e supercommissari, il Paese è rimasto coinvolto in un programma che nulla offre alla propria industria più di quanto già si possa produrre (leggi Eurofighter) ? Come può un azzardo miliardario coniugarsi con mesi di spending review e austerità alla tedesca ?

Michele Boldrin a Piazza Pulita del 01/03/2012

Video

Non nascondo la mia simpatia politica per il movimento Fermare il Declino, cui ho aderito sin dalle prime battute, che ha da pochi giorni annunciato la volontà di presentare una propria lista alle prossime elezioni politiche. Ripropongo oggi – non per fini di promozione elettorale – questo video che meglio di moltissime analisi racconta la sostanziale impossibilità per il governo Monti di impostare qualsiasi progetto di lungo periodo, a causa del permanere di quelle logiche di commistione tra politica ed economia che intrappolano l’Italia. A nove mesi di distanza le parole di Boldrin suonano quasi profetiche ma danno voce ad una mia ferma convizione. L’Agenda Monti non è stata altro che un pacchetto di riforme che non potevano essere evitate e che, pur non pienamente realizzate, ci hanno allontanato dallo spettro del default. Credere che alle prossime elezioni politiche si possa sostenere un’agenda nata in tempi d’emergenza, e per natura non sufficiente a raccogliere le sfide del futuro, è un puro esercizio di retorica politica.

Mario Monti, duca di Wellington

Non la sinistra, le toghe rosse o le cancellerie internazionali. Battuto, mai realmente sconfitto, in diciotto anni sulla ribalta della politica italiana Silvio Berlusconi ha faticato nel trovare un vero antagonista. Mai stanco di gridare al pericolo rosso o dipingersi vittima della perfidia giudiziaria, il Cavaliere ha avuto gioco facile nel dipingere i Prodi o i Veltroni del momento come ostaggi delle sinistre radicali e aprioristicamente antiberlusconiane. La crisi finanziaria lo ha costretto al passo indietro eppure, in equilibrio instabile sulle fondamenta di un partito allo sfascio, Berlusconi ha avuto buon gioco nel dipingersi vittima di complotti internazionali, facendosi di tanto in tanto rimpiangere ai nostalgici della leadership carismatica.

Dal dorato esilio a Malindi, come il Napoleone dell’Elba ha pazientemente atteso che le primarie del Partito Democratico bocciassero quel Matteo Renzi così mediaticamente simile al Berlusconi della discesa in campo, rivoluzionario al punto da ripresentare quella svolta liberale solo promessa e mai mantenuta dal Cavaliere. Mentre tra le fila del PDL si scatenava una corsa all’eredità al limite del patetico, un coup de theatre lo ha riportato sulla scena: l’ultima disperata battaglia, coltello fra i denti e lancia in resta, attorniato dai luogotenenti più fedeli. Come il maresciallo Ney pronto a servire ancora il suo vecchio generale, Angelino Alfano stacca alla spina all’esperienza del governo Monti e insieme ai caporali pontifica sul senso di responsabilità istituzionale di un partito tenuto in vita con accanimenti terapeutici al limite del masochismo. Stretto nella morsa della maggioranza atipica, il Berlusconi rivitalizzato dalla cura Briatore torna in scena e offre la sua leadership sull’altare della salvezza nazionale.

Con la strada per Waterloo già ampiamente tracciata, i cento giorni che dividono ora l’Italia dal voto sarebbero stati più che sufficienti per punzecchiare Bersani con il vecchio adagio dei comunisti in agguato e surclassare Grillo con dosi massicce di populismo euroscettico, aizzando le folle contro l’IMU.

Non sarà così: con un gesto simbolo di alta responsabilità istituzionale – di lontana memoria – Mario Monti ha bruscamente offuscato i disegni di gloria, togliendo ad Alfano e Berlusconi l’ultima parola sul governo tecnico e spegnendo sul nascere le ultime convulsioni di un centrodestra moribondo. E’ il professore la vera nemesi di Berlusconi e del berlusconismo: un anno fa l’Italia fu traumatizzata dal brusco cambio di passo, ritrovandosi in un clima di sobrietà congruo con la gravità della situazione, affascinata dall’ironia tutta anglosassone di un premier così lontano dallo stereotipo del politico nostrano.

L’insistenza sulle politiche di rigore finanziario e il disagio sociale che ne è scaturito hanno offuscato la vera sfida del governo Monti, quella di affrontare le riforme di una struttura economica fallata e largamente compromessa in un arco temporale assolutamente insufficiente. Riuscire laddove un sistema partitico privo di spina dorsale ha miseramente fallito. Un sistema di partiti così diverso dalla rettitudine istituzionale di Mario Monti che, a poche ore dall’annuncio delle sue dimissioni, ci si chiede come per un intero anno il Paese abbia saputo reggersi su una maggioranza “strana”, per usare l’eufemismo più in voga, ma in realtà assolutamente incompatibile con l’obiettivo di allontanare l’Italia dal baratro e portarla più lontano possibile dal caos economico e sociale cui si è pericolosamente avvicinata. 

A guida di una coalizione che lo ha per larga parte scambiato per il portiere tappabuchi nelle partite di calcetto (ad eccezione di chi del Monti bis ha fatto una vera religione), Mario Monti ha effettivamente salvato il Paese: riforme dure e radicali accompagnate ad un ritrovato ruolo di mediazione in Europa hanno allontanato l’Italia dall’infamante (per noi e per loro) etichetta di “prossima Grecia”. All’ex commissario europeo si è pure chiesto di risollevare l’Italia e riportarla sulla strada dello sviluppo, ma è proprio su questo punto che si è consumata la profonda divisione tra governo tecnico e la maggioranza di “irresponsabilità nazionale”.

L’Agenda per la crescita è caduta sotto i colpi delle pressioni corporative e le doverose forzature che Monti ha mostrato, ad esempio, sulla concertazione con le parti sociali per riformare il mercato del lavoro non si sono invece viste in materia di liberalizzazioni o sull’uniformità di una spending review progressivamente rallentata dalle più disparate beghe burocratiche. Confidando oltre il lecito nei partiti per definire una soluzione alla crisi, il governo tecnico ha finito per ottenere consensi solo sull’aumento della tassazione senza agire come dovuto sul riequilibrio della spesa pubblica. La discesa dello spread sotto i 300 punti base è suonata come l’ultima campanella dell’anno scolastico e la maggioranza, che invece di seguire le lezioni giocava sottobanco con i premi elettorali, è saltata per aria alla prima occasione utile. Il ritorno di Berlusconi unito alla vittoria di Bersani alle primarie del PD hanno convinto i due maggiori partiti a prendere subito la via delle elezioni, spiazzando la cancellerie di mezza Europa e riportando la paura sui mercati.

L’annuncio delle dimissioni del premier, arrivato nella tarda serata di ieri al termine di un lungo colloquio con Giorgio Napolitano, è il gesto di un uomo  indisposto a permettere che un anno di impegno civile, pur costellato da numerosi errori di calcolo, venga oscurato da becere giochetti elettorali e gride populiste. La ricandidatura di Berlusconi rischiava di riportare una scheggia impazzita nel quadro politico e Mario Monti ci appare oggi come un duca di Welligton capace di fermare l’ultimo folle ritorno di un costume elettorale che l’Italia non può avere l’arroganza di assumere di fronte al resto del mondo.

Risolutamente indisponibile a cedere a questa classe politica il monopolio della responsabilità istituzionale, Monti velocizzerà l’approvazione della legge di stabilità e si farà da parte. L’Italia si stava salvando, scivolando e ferendosi più volte, ma sempre reggendosi sulle proprie gambe. Se dopo un anno c’è ancora chi invoca il rischio di commissariamento esterno, la colpa non è certo di Mario Monti.